domenica, 25 maggio 2008

Io le mie risorse le avevo

 

Mi alzavo e facevo il letto. Alla perfezione.

Andavo all’asilo con le mutandine bagnate, tanto asciugavano col tempo.

Il problema era il letto. La sera, col letto bagnato - ma non se ne accorgevano della puzza - dormivo a banana, una volta a destra e una volta a sinistra della macchia. Dopo tre sere, dovevo sopportare le conseguenze. Il letto, non un letamaio, come potrei definirla, quella puzza che mi segue ancora oggi, dire che sapeva di urina non rende l’idea.

 

E arriva il giorno che mi minacciano, o smettere di farla a letto o andare a scuola con le mutande bagnate in testa.

 

Certe cose non le sopporto; purtroppo sopporto ancora meno il demonio che esce dal cesso attraverso quel buco che la gente scava, per pisciare, fino al centro della terra.

Il giorno dopo mi controllano:- L’hai fatta a letto! - e corrono le mie compagne a riferire alla suora di turno che fatica a salire le scale fino a quel dormitorio, sotto il soffitto, con le finestre alte da dove non si vedono i soldati.

 

Lilli l’ha fatta a letto.

- Che si prepari -, ansima la suora.

E le piccole tornano da me: - Devi prepararti, devi prepararti.-

Ci sono poche cose che so, una è che non finirò mai a scuola con le mutande bagnate in testa.

- Io mi preparo ad andare a casa -, dico.

Quale casa Dio solo lo sa, è allo stesso paese ma mia madre è contrabbandiera, magari è a Venezia o a Lugano a comprare sigarette e non c’è.

Ma scendo. Scendo le scale talmente tranquilla che la suora non mi prende sul serio, entro in chiesa e esco dalla porta principale.

E sono fuori. Alle sette del mattino. All’aperto. E’ freddo ma non lo voglio sentire.

Vado a casa. Per strada incontro la donna delle pulizie, sta andando in collegio a lavorare. Guglielmina, si chiama, poveretta.

- Cosa fai? -

- Vado a casa. -

E sono apparentemente così tranquilla che crede debba essere così.

 

Arrivo. Tutto chiuso. Mia madre sarà a Venezia. La casa non ha campanelli.

Chiamo mamma, ma è un soffio, non mi illudo.

 

E invece è a casa. Mi sente. Si alza. Dormiva.

Mi fa entrare, mi porta nel letto matrimoniale. Non fa domande. Dice dormi e io dormo.

Le sue braccia sono grasse e sempre fresche, non so come faccia ad averle sempre fresche. Sa di Elisabet Arden.

Due ore dopo, tre quattro mi dice: - Lo sai che devi tornare. -

Lo so, lo so. Lo so che sei una contrabbandiera, che sei in giro per guadagnarti il pane eccetera eccetera, Lo so, ma credimi, non potevo proprio.

Ci scusiamo entrambe con gli occhi.

E finisco di nuovo in collegio. Di mutande bagnate in testa non se parlò più.

...continua


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domenica, 25 maggio 2008

Tre anni

 

Sembra che, il giorno che mio padre ci lasciò per andare in Argentina, io dissi, nell’incoscienza dei miei tre anni, una frase che mia madre in un brivido sentì biblica:

- Papà, quanto fa sette per sette?-

Sette volte sette, questo non torna più, intuì, e può anche darsi che sia andata come dice lei, con un fratello di sei anni e una sorella di otto che imparava le tabelline.

Ma io me la ricordo diversa. So che, rimessami a letto, si vede che era sera, feci questo ragionamento:

se mio padre va in Argentina e non torna la sera, come farà con la moto? Prima va alla stazione in moto, poi la dovrà riportare a casa, sennò resta lì, e poi ritornerà alla stazione, naturalmente in moto…

Stavo a pensare a come mio padre si sarebbe tolto dall’impiccio e mi addormentai lasciando i grandi ai loro problemi filosofici.

 

Ma mi vennero i problemi filosofici. E come.

 

Cominciarono con un atrio col pavimento ricoperto da un mosaico turchese, è quella la prospettiva dei bambini, e una suora immensa che mi solleva da terra che io penso: da questa montagna non scendo più, vengo strappata da mia madre che non ho neanche la forza di urlare perché sento che non servirebbe, di’ ciao alla mamma, vede signora che non piange, sono in collegio, in convento in orfanatrofio, come volete, ne uscirò a diciottani.

Dev’essere stato lì che sono morta: in braccio alla superiora che scende una scala buia allontanandosi da mia madre, una scala che in fin dei conti non portava che al refettorio nel seminterrato.

 

E cerco di adattarmi, di sopravvivere.

 

Mi adatto all’asilo, l’ochetta è per Paolo, lo zaino per Piero, lo scarpone per Anita, per te niente, tu resti qui, la sera, non vai a casa, non sei un’esterna, sei un’interna, tu, a che ti serve il disegnino per riconoscere il gancetto dove appendere la giacchetta che non hai?

 

Sono brava io, ad adattarmi. Quando è l’ora del riposino e devo appoggiare la testa sul tavolo e riposare, riposo, solo che invento poesie, non le so scrivere, le so solo dire e me le cullo da sola.

 

La notte è diverso: la notte è il terrore. Seguitemi.

 

Se devo fare la pipì, devo fare un corridoio lungo da morire, al buio, aprire la porta del cesso, non guardare dentro il buco che là c’è il demonio che mi guarda, – mi dicono che il demonio è sotto, e io me lo immagino proprio là dove di sicuro va a finire il buco – non sono mica matta io, io al cesso non ci vado, costi quel che costi, cerco di dormire.

 

Ma ecco che vengono i soldati. Vengono dalle montagne e marciano. Fanno tum tum, tum tum. Io mi ribello, so che non può essere, la guerra è finita. Ma lo sento questo tum tum. Controllo. Cerco di guardare fuori dalla finestra. Ma è alta, appena sotto il soffitto. Mi appendo al davanzale, i piedi che dondolano, con un gomito mi ci appoggio e col braccio libero tiro la tenda marrone e guardo fuori.

 

Niente, il rumore è scomparso.

 

L’ho capita anni dopo. Era il mio cuore che sentivo battere. Era il terrore che mi marciava nelle vene.

 

La mattina dopo, il terrore cambiava faccia. Diventava il terrore del letto bagnato.

L’avevo fatta a letto.

...continua

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